Trama e ambientazione

Vol’jin:Il giudizio

di Brian Kindregan


Veleno. All'improvviso capì che l'ascia era avvelenata. C'era qualcosa che non andava: non era così che si comportava quella gente. Il Tauren cadde a terra con un pesante tonfo. Il tempo tornò a scorrere a velocità normale. La folla ruggì in segno di ammirazione e di sdegno.

Tutto svanì e prese forma una nuova visione. Ed egli ne faceva parte. Ancora una volta era a capo di una fila di Troll. Stavano trasportando i propri averi e sembravano molto determinati. Si trovava ancora immerso nello strano paesaggio arancione. Alle sue spalle vedeva la grande città della visione precedente. Era più scura e in un certo senso più aguzza. In cima al muro erano allineati degli Orchi e osservavano i Troll in partenza con aria cupa e minacciosa. Vol’jin provò un profondo senso di disagio. C'era qualcos'altro che lo preoccupava di quella visione. Tutto a un tratto capì.

Zalazane non si vedeva da nessuna parte.

Dove sta Zalazane?, si chiese. Mo' cchiù che maje tengo bisogno do' cumpà mio!

Era inquieto e colto dal dubbio, oppresso dalla collera e determinato a guidare i Lanciascura attraverso i tempi pericolosi che li attendevano.

"Hai detto al fratello mio che è meglio campare...", disse il Loa. "Pure se chisto significa essere deboli, accussì puoi combattere nu giorno di cchiù. È meglio resistere che schiattare gloriosamente!". La voce strappò Vol’jin alla visione e risuonò nel suo petto. Era quella di qualcuno che aveva vissuto giorni di grande gloria e orrori che Vol’jin non avrebbe mai conosciuto. "Mo' stai allontanando 'e Lanciascura dalla sicurezza di Orgrimmar, mettendo a rischio n'alleanza forte. Nun riesci a pigliare na decisione?"

Vol’jin esitò. Gli era stata posta una domanda molto importante e non aveva gli strumenti per valutare la situazione. Perché stava facendo una cosa del genere? Si guardò intorno. La sua gente era furiosa, spaventata, determinata ed eccitata. Tornò a guardare il muro.

Poi il suo sguardo si posò su Garrosh. L'imponente Capoguerra osservava dai bastioni ostentando austerità, celando un sorrisetto soddisfatto. Si stagliava contro il cielo nella sua armatura e la luce metteva in evidenza il tatuaggio nero sulla sua mandibola.

Era un bruto votato alla guerra e alla violenza, non sapeva cosa fosse la diplomazia o il compromesso.

Allora Vol’jin capì.

"Ho puortato accà 'e Lanciascura per proteggere 'e corpi nuostr'!", disse. "Nuje campiamo per combattere nu giorno di cchiù. Ma chisto vale solo per 'e corpi nuostr'. Na cosa che 'e Lanciascura nun potranno perdere maje, Loa, è l'anima nuostr'. 'E Lanciascura tengono n'anima e, se restassimo con chisto Orco e facessimo tutto chello che ci chiede, la perderemmo. E nun ci sarebbe modo di ripigliarsela."

"'E Lanciascura devono campare, ma nun al costo di perdere l'anima. 'E Lanciascura devono restare fedeli a se stessi. Resta fedele a te stesso!", disse la voce. "Mo' puoi sentire tutti quanti 'e Loa e ci sentirai sempre. Devi imparare ad ascoltare."

Vol’jin aprì gli occhi. Giaceva sul suolo fangoso della giungla. Diversi tipi di insetti stavano costruendo allegramente bozzoli di fango sul suo corpo. Si trovava vicino al falò, ormai quasi spento. Proprio come nella visione, non c'era traccia di Zalazane. Vol’jin si mise a sedere a fatica.

Un istante dopo Zalazane sbucò dall'oscurità e si sedette accanto a lui. Per alcuni secondi si limitarono a fissare il fuoco in silenzio.